lunedì 13 febbraio 2012

storia agriturismo s.alfonso


"Il recupero di un eremo dei Redentoristi salva un frammento della vita rurale del mondo di ieri"
Aggrappato ai terrazzamenti della Costiera Amalfitana, quasi magicamente sospeso tra la roccia e il mare della Terra Furoris (Furore), il Casale S. Alfonso è uno splendido esempio di recupero architettonico di un'antica residenza contadina oltre che un' illuminata testimonianza di una più moderna idea di presidio e salvaguardia del territorio. Il podere fu costruito e abitato sin dal 1650 dai Fusco, una nota famiglia di ricchi contadini. Lo testimoniano l'estensione del casale, sorto per ospitare un cospicuo numero di abitanti (o, per entrare in sintonia con l'epoca, molte braccia per il duro lavoro dei campi "a macera"), la presenza di pavimenti maiolicati e di numerose stanze affrescate, e di un enorme focolare, di un gigantesco torchio, di un sorprendente vano per l'asciugatura dei panni e di ben tre pozzi di acqua sorgiva intorno ai quali si snoda lintera costruzione. L'antica casa prende nome dalla cappella dedicata al Santo nel 1854 da Raffaele Fusco, detto Fuschetiello, missionario redentorista che, nel 1830, adibì una parte del podere a convento. Una comunità costituita da una decina di monaci visse in questo eremo paradisiaco. La chiesa è eretta su un meraviglioso belvedere posto sotto un selvaggio costone roccioso a picco su Paiano a mare.Un luogo perfetto ancora oggi per coniugare ascetismo e faticoso lavoro nei campi. Non orti e giardini comuni ma terrazze riempite di terra sostenuta da laboriosi muretti di pietra a secco, le macere, che degradano lungo il pendio quasi a voler scivolare verso il mare. La lotta contro una terra ostile all'agricoltura è testimoniata da un inconsueto impianto dei pergolati d'uva. Per recuperare agli orti gli spazi sottoposto ai vigneti, le viti venivano piantate orizzontalmente nel muretto di contenimento del terrazzamento superiore. Da questa pratica si otteneva un doppio beneficio: le radici potevano affondare nella parte più bassa, e dunque più umida e riparata del terrazzamento superiore, e tutto lo strato superficiale di terra poteva essere coltivato con facilità a verdure ed ortaggi. I monaci si ritirarono da S. Alfonso nel 1875 e il podere fu lasciato dai Fusco al nipote Luigi, un avvocato napoletano che se ne occupò fino al 1917. Poi il casale fu ereditato dai Ferrajoli e, in seguito, dagli attuali proprietari, l'antica famiglia furorese de Li Cuomi (oggi Cuomo). Nel 1996 iniziarono i lavori di recupero: il tetto con travatura a vista è distrutto e molti solai sono crollati, il degrado del podere è visibile anche all'esterno. Ottanta anni di abbandono vengono dissipati da più di quattro anni di interventi seguiti in maniera quasi maniacale dal signor Cuomo e dalla sua giovanissima figlia Michela. Tutti pensano siano pazzi. Ristrutturare un enorme podere abbarbicato sotto un costone roccioso e ripristinare gli antichi terrazzamenti con orti e vigneti è un'impresa improba. Come se non bastasse vogliono anche che la casa torni quella che era. Non accettano che dalle pareti vengano rimosse strane nicchie, curiose insenature, inconsueti spazi apparentemente inutili. Nelle strutture antiche nulla è inutile o casuale. Oggi, proprio per questa caparbietà S. Alfonso è una preziosa testimonianza di vita rurale. Molte stanze sono sorrette da architravi in legno ricoperte di pietre e calce secondo un uso antico. Sono conservati alcuni pavimenti bicentenari in lapilli e calce realizzati senza alcun collante in modo da imprimere agli ambienti un aspetto molto naturale e garantire una continua traspirazione. Questa tecnica è una follia per i tempi imposti alle realizzazioni moderne: il composto veniva disteso e battuto con le "mazzoccole" per più di tre giorni allo scopo di liberarlo da tutto l'umido. Non meno "fuori dal tempo" è la storia della lavorazione dei portali. Il taglio delle piante era imposto dai cicli lunari. Una regola non scritta imponeva di effettuare l'operazione con la luna calante, quando l'albero non ha i vasi linfatici e il legno ottenuto è più compatto. I portoni del podere, in legno di castagno, sono lavorati da un unico tronco lasciato stagionare, prima dell'utilizzo almeno cinque anni una vera pazzia per i nostri ritmi di produzione). Proprio questa lenta e sapiente lavorazione ha conferito al legno una resistenza che ne ha permesso il recupero. Nell'antico "cellaio", posto ai piedi del casale, è conservata un'imponente "cercola", un torchio ricavato dal fusto di una quercia secolare. Veniva utilizzata per la premitura delle olive e delle uve e le sue dimensioni lasciano intuire che fosse usata da tutto il vicinato (una simile è conservata nella Certosa di Padula). Non meno interessante è l'asciugatoio. Uno spazio nel quale è ospitato un camino con controcappa, dal tiraggio stretto, per ardere la legna rapidamente. La carbonella così ottenuta veniva disposta all'esterno su mensole. In questa sala le donne disponevano filari di biancheria ad asciugare e da quest'ambiente emanava il tepore che avvolgeva anche i piani superiori nel periodo invernale. Gli antichi abitanti del casale si servivano del fuoco anche per conservare i cibi. E' possibile ancora oggi entrare in uno spazio tronco conico in cui è visibile una fornace. A mezza altezza del tiraggio troviamo una botola che sbarca in un soppalco su cui venivano disposti i cibi per l'affumicatura. Qui avveniva la disinfezione tramite affumicatura di carni, formaggi ma anche pesci. Gli abitanti della Costiera Amalfitana, infatti, hanno mantenuto per secoli questa doppia vocazione che li teneva "con un piede nella vigna e l'altro nella barca". D'altra parte passa di qui il Sentiero dei Nidi di Corvo che conduce direttamente alla Praia, una delle zone più pescose del territorio. Questo stesso sentiero è stato un passaggio obbligato per molti briganti. Non è un caso che le mura della casa conservino le feritoie per i fucili. Altrettanto curioso è un ambiente gelido e buio in cui campeggia una piccola scala senza sbocco. Ovviamente l'apparente inutilità è un inganno. Si tratta di una vera cella frigorifera "ecologica" che veniva utilizzata come dispensa e che, per la sapiente disposizione, mantiene ancora oggi temperature bassissime. S.Alfonso rappresenta una perla per la diffusione e il recupero delle tradizioni contadine ma soprattutto per riappropriarsi di una differente concezione del tempo, del lavoro e dell'utilizzo delle risorse ambientali. Qui è conservata traccia di un tempo che trascorreva lentamente ma non inutilmente: un'osservazione attente della natura forniva alla famiglia rurale i segreti per la coltivazione della terra ma anche astuzie per la realizzazione di una casa a misura d'uomo. Un'ulteriore esempio? La struttura originaria non presentava finestre a nord per evitare l'invasione dall'acqua durante i terribili temporali invernali. Oggi ce ne saremmo accorti dopo averle costruite perché le attività non crescono con l'uomo e intorno a lui ma spesso presumono di poter anticipare e preordinare i suoi ritmi di vita e i suoi comportamenti senza intuirli.

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